Roma-Foggia in sette ore (déjà-vu)

Questo blog è come un utero, è mio e lo gestisco io. Allora, dato che ho scritto un po’ di altre cose inutili prima di arrivare qui, ogni tanto le inserirò. Godetevi il flashback del 24 Dicembre 2010.

Da perfetta ansiosa, non provo ansia per le cose che, in realtà, dovrebbero procurarne: esami, test a sorpresa di fisica, posti di blocco, prova costume, coito interrotto, partenze.

Dopo ben cinque, dico cinque, chiamate mattutine di parenti vari ed eventuali, stupiti del perché alle 13 fossimo ancora a casa, dovendo partire alle 16:30, restiamo calme e stoiche attendendo l’arrivo delle 15:30 come una condanna a morte.

Tragitto casa-stazione: 10minuti. Partiamo comunque alle 15:50 perché non si sa mai. NON SI SA MAI, tenetelo a mente perché vi servirà. Non si sa mai, e non ridete di vostra madre che vi chiede se vi siete lavati prima di uscire, o avete rifatto il letto, o indossate le mutande pulite. Non si sa mai, ha ragione, cazzo.

Arriva il caro 409, colmo di viaggiatori pieni di speranze e soprattutto valigie enormi che la metà bastava. Sono le 16:05. Salgono due pimpanti anziane post-punk, con tanto di cresta bianca (ok, sì, forse era solo il vento), che ci deliziano con sagge prediche sulla responsabilità del conducente che “mica se po’ fermà due metri prima de ‘a fermata, signorì! Si succede qualche cosa ce perde il posto! E metti che apre e te succede qualche cosa?! No,quello ce perde il posto” (chiaro il concetto?). Intanto siam bloccati ancora su via di Portonaccio, la stazione è a 100m ma la raggiungeremo solo dopo 10 minuti. OOooooooooooooooom.

“Scendiamo qui e andiamo a piedi? Sono le 16:20”,”No, dai ce la facciamo, tanto poi ci lascia davanti all’autostazione…”

No,non ce la facciamo. Stallo, siamo bloccati, incastrati, fermi come l’economia italiana e non ci sono nemmeno le mignotte a rallegrarci, Apicella a suonare dolci canzoni sull’esodo di noi giovani migranti. Nessuno, solo il panico che pian piano ci trasforma in scimmie in gabbia. Scimmie urlatrici, ovviamente.

Donne che ad un tratto perdono il loro antico charme per trasformarsi in vajasse, implorano l’autista di fermarsi “che c’abbiamo un treno da prendeee” e tirano manate contro la porta, come se questa si aprisse a schiaffoni. Ragazze giovani e disperate (non noi, ma anche noi) che guardano l’orologio pregando che tutto il mondo sia in ritardo in modo da non perdere quel pullman chiamato desiderio. Cinesi che, ignari di tutto e non capendo una mazza, pensano che muoversi di 50cm più avanti, dando una spallata alla malcapitata di turno (ecchissennò!??),dicendo qualcosa di molto simile a “perché non si muove?” (nonostante fosse chiaro come il giorno, come l’acqua in piscina, come la pelle di un albino, come le truffe di Berlusconi ai danni dello Stato…).

Ad un tratto, alle 16:27, la compassione e/o spossatezza psicologica dell’autista, spingono il Nostro a compiere il gesto eroico e altamente rischioso (come abbiamo scoperto in precedenza, e come il vecchiaccio placido e strafottente accanto a me ci ha ripetuto) di aprire ‘ste cazzo di porte per farci scendere. Ondate di viaggiatori lanciati come mine impazzite in questa folle avventura che consisteva nel perdere meno treni possibili e, in proporzione diretta, meno arti e/o compagni di viaggio. Dopo vari slalom fra auto di autisti imprecanti e vari santi scesi dal cielo a spiegare che le strisce pedonali non sono opere d’arte tipo i graffi di Fontana, arriviamo davanti a quello che, in quel momento, ci sembrava l’autobus più bello del mondo. Sono le 16:29 e per un minuto non siam rimaste a Roma, com’era nei nostri sogni.

“Che posti abbiamo?” ,“Il 3 e il 4”, “Impossibile,sono occupati, non vedo posti liberi”, “Scusi, ma non ci sono le prenotazioni dei posti?”, “Guarda, sedetevi dove volete, sicuramente ci sono due posti per voi”.

Concludendo che “dove volete” è un concetto un po’ difficile da comprendere, quando sono rimasti solo DUE posti liberi, finiamo, come nella peggiore gita scolastica, a sederci sui sedili posteriori. Sì, lì, proprio sulle ruote, dove il viaggio lo senti tutto, così, nel caso avessi bisogno di una forte emozione. L’autista decide subito di placare gli animi accendendo lo stereo. Penso che per un attimo ho riconosciuto anche gli Ultra, o gli ‘NSync, merda del genere. Adesso è una gita a tutti gli effetti. Ipod saves. Ma lo stereo del pullman è sempre più alto, mi sanguinano le orecchie.

Intanto,si consuma un altro dramma. Pensavamo di essere chissà in quale altro continente, ma che dico continente, pianeta, mondo parallelo. Invece no. Roma Tiburtina- Ingresso autostrada : 60minuti.

Quante cose si possono fare in 60 minuti?! Nessuna, quando sei incastrato in un autobus, e nel tuo misero 1,67m ti senti un gigante perché con le ginocchia tocchi già il sedile davanti.  Decidiamo allora di guardarci il film previsto per il viaggio, un film leggero, simpatico ma anche intelligente. No,non Troisi. Tristano e Isotta. Noi donne siamo così, come dire, imprevedibili. E tragiche.

Impiccagioni, mani tagliate, schizzi di sangue sul volto di piccoli Tristani orfani, lotte, amori impossibili. Insomma, un bel film antidepressivo. “Però è fuori da ogni contesto attuale” ,“Bei paesaggi,dovremmo andare in Irlanda” ,“E comunque, bella fotografia”. Ad un certo punto, il portatile decide di fermare la nostra sofferenza, le guerre, le barche, le pene d’amor perduto, e si spegne. Puff.

Provo a dormire.”Si avvisano i passeggeri che stiamo per fare una sosta di 15 minuti”. Fanculo. Scendo, andiamo a far pipì, signorina si metta bene in fila indiana, i bimbi possono far pipì qui, un attimo che pulisco e poi entra va bene? Gli sputaaria sono le cose più inutili del mondo. Poi tanto le mani le asciugo sempre sui pantaloni perché si fa prima. Facciamo la fila alla cassa. Due tranci di margherita e acqua naturale. No, la fila per la pizza è quest’altra. Do’h. Pizza (saran due mesi quasi che non ci vediamo eh?).Ad ogni morso sento il brivido dell’indigestione,ma soprattutto il sentore che il pullman partirà senza di noi che non abbiam capito quanto tempo duri ‘sta sosta. Ok, la mangiamo con le mani e usciamo fuori. Appena in tempo per la partenza. Sono le 21 e siamo a Cassino. Signori, voi non realizzerete forse, ma significa che abbiam fatto solo 100km e che, soprattutto, siamo ancora in terra laziale. I cellulari sono scarichi, mandiamo sms per confermare che siamo ancora vive e dormiamo. No, non dormiamo. Il giovane autista (sì, quello che non sa mettere le marce alle curve) ci delizia con ben 3, e dico 3, film d’autore. 1:Benvenuti al Sud; 2. Non mi ricordo, ma una merda;3. La fidanzata di papà (con Massimo Boldi e Simona Ventura, per dirne due a caso).

Il dramma raggiunge dimensioni epiche, tra film indegni, pc scarichi, cellulari morti o che si divertono a cadere dalle tasche non facendosi più trovare perché è buio pesto, temporali con fulmini degni della California (non so,nei film ci sono sempre nubifragi in California), autisti che non sanno dare informazioni precise e pensano di essere dei geni dicendo “la sosta la facciamo più avanti” (maddai, pensavo invece mettessi la retro e andassimo all’autogrill superato poco fa), oppure “arriviamo fra un’ora”, convinto che l’avremmo bevuta.

Però arriviamo alle 23:40 e Foggia ci sembra quasi bella, anche se poi ci passa subito. Piove a dirotto, i lampi illuminano la strada deserta. Voglio andare a casa, mi chiedo perché ho lasciato a Roma il mio quadernino e adesso mi tocca scrivere sulle ultime pagine de “Il Sosia” (che son finite quindi ciao),ma ho digerito la pizza e siamo molto felici.

Casa,è tutto rosso,sembra un night e invece è solo Natale, mia mamma sorride come al solito, Lilith è sempre più cicciona, mio padre si lamenta perché mamma fa troppo rumore. Mio fratello è mondano. In tv c’è Silvio. Ci sono cose che non cambiano proprio mai.

Ps: l’uomo della mia vita,ovviamente,non c’era.

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