L’appello di Lafkir Kaziza, in sciopero della fame dal 1° giugno

Questo è un post serio, perché, potrebbe anche non sembrare, ma io nella vita mi occupo anche di questo.

Questo è un post per dar voce a chi non ne ha ma che, nonostante tutto, continua a combattere nel silenzio generale per quelle cose che chiamiamo ideali, e che abbiamo dimenticato come si fa a proteggere.

Questa è una storia da raccontare, una delle tante, una di quelle storie che chiedono soltanto di essere ascoltate. E diffuse.

 

 

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“Buongiorno,

mi chiamo Lafkir Kaziza, sono nato 21 anni fa a El Ayun, nel cuore del Sahara Occidentale occupato dal Marocco.

Ho deciso di iniziare uno sciopero della fame, immediatamente e a tempo indeterminato, come mezzo di protesta contro l’ingiusto trattamento che ricevono i miei compatrioti nelle carceri del paese che ormai da 37 anni ci occupa militarmente con il beneplacito delle grandi potenze mondiali, nonostante le condanne internazionali e gli enormi sforzi per raggiungere una soluzione pacifica.

Se oggi sono ancora qui, fuori dalla mia terra, non è per mio desiderio o capriccio, ma a causa delle minacce che mi sono arrivate attraverso una familiare stretta che è stata arrestata e interrogata per più di una settimana affinché confessasse dove mi trovassi e cosa stessi facendo, e che alla fine ha ricevuto questo consiglio:  “meglio che non torni, se vuole continuare a vivere”.

Attualmente la mia casa a El Ayun continua ad essere sotto stretta sorveglianza della polizia ed è mio fratello minore che deve uscire a comprare il pane e il cibo, poiché i miei fratelli e mia madre devono muoversi poco se non vogliono essere arrestati.

Però oggi non sono qui né per me né per la mia famiglia, per lo meno non quella stretta, ma per un’altra famiglia che oggi soffre una reclusione di un anno e mezzo, nelle condizioni peggiori che si possano immaginare, con frequenti torture e un pessimo trattamento sanitario e igienico. Parlo dei miei 22 fratelli prigionieri nel carcere di Sale a Rabat, parlo dei quasi 80 fratelli e sorelle che sono prigionieri in diverse carceri a causa della loro lotta per un Sahara libero.

Nessuno dei miei 80 fratelli né io abbiamo commesso alcun delitto, se non quello di cercare di condurre una vita dignitosa, libera, in pace, con sovranità e indipendenza, come saharawi, diritto che ci è stato riconosciuto in varie risoluzioni delle Nazioni Unite a partire dal 1960, quando ancora eravamo sotto il dominio coloniale spagnolo, e ratificato in tante altre risoluzioni.

La situazione non può continuare in questo modo, non possiamo continuare a vivere senza una patria, senza un Paese, senza uno Stato che riconosciamo come nostro.

Il popolo saharawi non può continuare a essere asfissiato eternamente e né le repressioni, né il carcere, né le torture riusciranno a farci indietreggiare nella lotta pacifica per i nostri obiettivi di libertà e indipendenza.

Per questo ho deciso da solo di continuare la mia lotta pacifica attraverso questo sciopero della fame, così come fecero altri prima di me, tra cui Nelson Mandela, Gandhi, Aminetu Haidar, una lotta che non smetterò fino a che come minimo non saranno liberati i miei 22 fratelli arrestati durante l’atto eroico dell’accampamento di Gdeim Izik.

Voglio inoltre ricordare e fare uno speciale omaggio al martire Hamdi Tarwafi, attivista trovato morto due giorni fa vicino al fiume Saguia el Hamra, luogo dove di solito la polizia lascia gli attivisti dopo gli interrogatori nel commissariato.

Voglio ricordare anche il martire Said Dambar che è stato ucciso e il cui corpo ancora non è stato restituito ai suoi familiari. Esigo giustizia immediata per la sua famiglia.

Faccio un appello urgente al governo marocchino affinché risponda a queste richieste che non sono solo mie, ma di tutto il mio popolo, o in caso contrario ad andare incontro alle conseguenze che potrebbero verificarsi, prima fra tutte la mia morte.

Faccio un appello a tutti i saharawi della diaspora, a tutti i saharawi dei territori occupati e dei campi profughi, che sono un unico popolo, ovunque essi siano, affinché manifestino in favore della libertà dei nostri fratelli prigionieri e dell’indipendenza della patria il 9 giugno, anniversario della morte del nostro eroe nazionale El-Ouali Mustapha Sayed. Manifestiamo tutti uniti davanti a ogni ambasciata, ogni consolato, ogni ufficio turistico della monarchia marocchina per la libertà dei prigionieri politici e per la libertà del Sahara.

Non possiamo fermarci nemmeno per un secondo, i nostri fratelli e la nostra patria hanno bisogno di noi.”

 

                        

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