amargo como la vida, dulce como el amor y suave como la muerte

Prima di tutto, devi scordare il tuo concetto di Tempo.

E trasformarlo in Attesa. Di quella che ti tormenta serena.

Adesso puoi partire.

E non dimenticare nulla quando tornerai.

Che poi sarebbe vicino, se non fosse per tutta quell’Attesa.

Fra gli occhi curiosi che non sai cosa pensano mentre ti scrutano,

i vestiti leggeri che nascondono i passi lontani da te.

Mi manca.

Mi mancano persino i maldestri tentativi di approccio dello steward di Air Algerie.

Che poi capisci che è una bella fregatura esser l’unica che parla francese nel gruppo.

Spiegaglielo tu, che ha detto?, vieni con me, devo prendere il caffè.

Mi mancano  i 10 minuti di terrore passati all’aeroporto militare cercando di spiegare che non ero una giornalista in incognito. “Tu eres una periodista” e macchina fotografica sequestrata, foto cancellate, la paura di finire in qualche cella buia all’una di notte, e chissà mia madre le bestemmie, almeno non diteglielo, por favor.

Mi mancano anche le corse folli in jeep, i milioni di non correre, i lividi sulle braccia, le testate contro le lamiere, il buio silente.

Mi mancano le mani che mi hanno accolto a notte fonda, le parole addormentate che anche se non ci capiamo ci sono gli abbracci stranieri che ti dicono sei a casa.

Mi mancano quelle labbra che mi parlavano come se sapessi davvero il significato di tutte quelle tempeste di sabbia che ci tenevano stretti di notte, con la porta chiusa ché magari avevamo paura della solitudine intorno.

Mi mancano le 7 del mattino, che arrivavano vestite d’insonnia e di risate infantili così nude che il cuore non lo tenevi fermo neanche un attimo, il tempo di uscire e raggiungere il bagno lì fuori.

Mi manca il chiederti perché stai spazzando via la sabbia, tanto ritorna. E il tuo sguardo che diceva qualcosa di simile a allora perché amare? tanto poi finisce. E mi sorridevi contro.

A che servono le parole, in fondo?

Non servono a spiegarmi questo esistere profugo, per quello ci sono gli occhi e i brividi lungo la schiena.

Non servono a dirti grazie, per questo ci sono le braccia e il minor spazio possibile tra loro.

Mi mancano le iridi lucide che racchiudevano insieme la forza, la speranza e la rabbia di tutti gli uomini.

La mia, forse.

E allora toglievo le scarpe e affondavo i piedi nella determinazione affaticata, che arde sotto il sole impietoso di un marzo che sembrava un luglio qualunque a migliaia di chilometri da qui.

E mi dicevi il sole brucia, e mi sembrava la frase più banale e feroce del mondo.

Feroce come quel muro che sembrava il Danubio di mattoni e mine, che ti si gelava il sangue

e ad ogni passo fatto  sentivi l’esplosione sotto le scarpe, e nell’anima.

E si può solo tremare, mentre ti spiano al di là dell’artiglieria.

Mi mancano.

Il sapore della carne che non ho assaggiato, il pane cotto sotto la sabbia, le jeep ferme nel nulla, i tramonti dietro le dune, le distanze infinite, i bicchierini di tè che dicevano fermati e assaggia il tempo che passa, i cieli inondati di stelle che ho sempre visto nascere da sola.

Tu che mi aspettavi ogni volta tornare, tu che non mi capivi, ma che importa?

Tu ridevi.

Verrò presto, ti ho detto.

Ti aspetto.

E non dimenticare nulla quando tornerò.

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