Alta velocità della bile che corre sempre più veloce del treno.

Non sembra anche a voi che ogni partenza inizi sempre con quel vago senso di nausea e smarrimento che si fa via via sempre più vero, fino al suono della sveglia che interrompe l’insonnia?

Un’altra partenza, un altro ritorno, un altro abbraccio da mettere in lista fra le cose non fatte, un altro mese da archiviare, altri giorni aridi che han lasciato solo terra bruciata intorno, un’altra me che hai ignorato come le note dell’autore di un libro che non ti interessava sul serio.

Eccoci, un treno, una valigia, una stazione piena dei soliti arrivederci a presto. Salgo, e ho l’ennesima conferma che ci sia un complotto di Trenitalia ai miei danni. Ordito alla perfezione per impedirmi di trovare l’amore in treno, come succede a tutti. Nei film, nei libri, nei fotoromanzi sul Cioè. A tutti. Ma non a me, no. A me, no.

Se avessi la capacità e la voglia di stilare una lista, i numeri mostrerebbero la schiacciante vittoria del clero sul resto degli umani passati accanto al mio posto prenotato lato finestrino.

Se siete nel vostro periodo über metallaro, vi consiglio di evitare la t-shirt dei Lamb of God con su scritto “Burn the priest”, perché mi ricordo di un viaggio tremendo, passato a dare spiegazioni a un seminarista che proprio non ce la poteva fare a sopportare l’idea della mia dannazione eterna. Un viaggio passato a desiderare una camicetta a fiori, color panna, o una maglietta color pastello che mi sbatte un casino ma almeno non urta la sensibilità di alcuno e posso continuare a leggere o a guardare l’Italia che scorre dai vetri infrangibili, facessero anche l’anima così.

Oggi dovevo scegliere fra la tipologia umana Gazzetta dello Sport e quella 50 sfumature di grigio. Ho scelto la noia con la vista mare.

Trenitalia è una condanna a morte, di quelle che non ha senso smettere di bere per salvarti il fegato, se poi continui a prendere il treno, perché magari oggi ti dice culo.

No, Trenitalia è questo paese, Trenitalia è l’uomo che non cambia anche se fai di tutto per migliorarlo, Trenitalia è l’illusione del torniamo insieme, forse stavolta funziona. Trenitalia è il fallimento della speranza dell’italiano.

Oggi i passeggeri mi sembravano tutti di Milano o milanesi wannabe, e quindi parlavano tutti milanese. Vorrei dire che io adoro tutti i dialetti, e le inflessioni e gli accenti, ma veramente non lo so se posso resistere ad ascoltare per ore un milanese che parla come i milanesi che ti raccontano nei film che non fanno ridere manco per il cazzo. Ma la cosa peggiore, sapete qual è? Il supergiovane milanese che ti parla SOLO slang. SOLO cazzofiga ué minchia raga che para dura. Pensavo non fosse vero, e invece è vero. Ed è brutto, amici, davvero molto brutto. Mi sento sporca, come dopo essere entrata nel Mc per farmi cambiare 20 centesimi.

Comunque, dopo solo 50 minuti di ritardo, la destinazione si avvicina, ergo mi appropinquo all’uscita della carrozza 8.

Ci fermiamo, non si apre, ci riproviamo, tasto open bestemmia tasto open bestemmia, per 3 volte. Poi penso che forse sia meglio cambiare uscita, inizio a percorrere il corridoio e mi ritrovo il carrellino bar, sì, quello con i TUC a tre euro, quello. Lancio un MAPORCATROIA che ha spaccato i timpani pure alle vecchie di Gela sedute davanti alla porta per la controra, e quello del bar mi guarda placido e mi fa: che succede? Scusa?! Mi stai prendendo per il culo, testa di cazzo? Il riassunto è questo: sono bloccate le porte di ben 3 vagoni, 3, capite? Fate il  conto voi dei metri che ho percorso per arrivare alla carrozza 5, trascinando la valigia e qualche piede di quelli che pensano che il treno sia il loro e rimangono in piedi in mezzo, sperando forse tu sia invisibile e riesca a passargli di mezzo, boh. Avete contato pure i santi che ho fatto scendere, vero?

Scendo, nella fresca Bologna ci sono, credo, 65° all’ombra, uno mi collassa davanti ai piedi, chiamo i carabinieri, gli portano una barella e dico magari un’ambulanza anche (il tipo con le convulsioni, per dire…). E allora arriva lui, il CC dei tuoi sogni che chiama il 118 dicendo: mi mandate qualcuno? c’è un ragazzo che si è sentito male, boh è scalzo, e non lo so è uno sfattone, un drogato, sta senza scarpe, che ne so”.

Insomma, l’Italia che vogliamo.

Ho ancora la nausea, ho bisogno di zuccheri e di una bambola gonfiabile che mi abbracci quando ne ho bisogno.

ps: ovviamente mentre camminavo sotto il sole feroce d’agosto, mi si è rotto anche lo spallaccio dello zaino.

Comunque in treno c’è troppa gente che usa il telefono, il computer, l’eReader.

Non parliamo più.

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