Birds are not aggressive creatures, Miss. They bring beauty into the world.

(Sì, Mrs. Bundy, come no?)

Per chi lavora nel sociale, il mondo della scuola è sempre uno strano ambiente in cui trovarsi. Una specie di isola poco deserta in cui capiti dopo un naufragio.

Io vengo dalla strada, non come la Polverini eh, intendo che ho sempre lavorato con quelli che, nel settore, chiamiamo “ragazzi di strada”, e sempre fuori dalla scuola, nei centri ricreativi, nelle comunità di recupero, fuori dalle istituzioni, insomma.

I bambini chiusi nella scuola sono creature terribili, aggressive, elefanti legati ad un albero dentro lo zoo.

Ovviamente non è vero, ma è per farvi capire il livello di stress a cui si arriva dopo 8 ore passate chiusi in una classe. Seduti.

Ecco, io arrivo esattamente a metà giornata, durante la pausa pranzo, ovvero il momento in cui si vede la luce alla fine del tunnel. Qui i bambini si trasformano in schegge impazzite, in piccoli selvaggi appena tornati alla civiltà dopo 10 anni rinchiusi in una caverna. E no, Platone non c’entra un cazzo, vi assicuro.

Voi direte, che ce ne frega di tutto questo? Che c’entra?

Non c’entra niente, infatti. Era solo per dirvi che poi a fine lavoro sono andata a leggere al parco.

Mi son seduta su un coso enorme di cemento, sotto un albero, vista lago. I pesci ci sono ancora nonostante lo sterminio estivo. Saltano. Gli anziani li pescano e poi li rigettano in acqua. Per me è poesia.

Le nuvole sfumate di grigio piene di dissapori e speranze che non piova mentre sono in bici.

Il verde posato sui rami che sta lasciando piano il posto a nuove sfumature.

Il bianco dei sorrisi rilassati di chi abbraccia il tempo senza la trappola delle lancette.

E poi, loro: le anatre.

Secondo me delle anatre si parla sempre troppo poco. Sopratutto delle anatre del Parco Amendola.

Arrivi nei pressi del lago e loro sono lì, in branco, e ti guardano con quegli occhi che dentro si vede perfettamente la mappa per la conquista del mondo.

Poi si guardano, sbattono le palpebre, ti riguardano, nascondono la testa.

Le anatre sono delle creature orribili. Sono brutte, amici, non mi venite a dire che non è vero perché proprio non ce n’è.

Sono creature del demonio. Le anatre del Parco Amendola hanno le zampe di un arancione che non esiste nemmeno nei Turbo Giotto, è fuoco vivo, è Inferno.

Le anatre non hanno hobby, passano le giornate a galleggiare nel lago, a bere l’acqua con una tecnica che dovreste osservare per capirne davvero il potere. Non hanno i bicchieri, le anatre. E nemmeno le mani. Capite no, la superiorità.

Poi le anatre, quando galleggiano, le zampe le ritirano sotto le ali, galleggiano sul nulla, sono come Jesus che cammina sulle acque. Continuate pure a non credere alla mia teoria, branco di miscredenti.

I capi sono ovviamente quelle bianche con la mascherina rossa, quella di ogni supereroe che si rispetti, per capirci. Le anatre mute. Sono mute, capite? Non emettono alcun suono. Facile in questo modo accumulare pensieri distruttivi da trasmettere telepaticamente alle anatre sottoposte.

Io ho fobia dei pennuti, a qualsiasi razza appartengano, volatili e non volatili, veline e via dicendo.

Ho paura, mi fanno schifo, mi creano del disagio, mi provocano brividi lungo la schiena. I pennuti sono il terrore.

E le anatre del Parco Amendola lo sanno. Lo sanno, e appena si accorgono che il libro ti sta piacendo così tanto da non girarti nemmeno al passaggio del figone di turno che corre, loro ti accerchiano.

Ti accerchiano e ti costringono a fuggire.

Le anatre sono esseri diabolici.

E vincono. Vincono sempre.

ps: Ciao Alfred, volevo solo dirti che sto aspettando ancora le tue scuse. Dal 1963.

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