Di città eterne ed eterni rimpianti.

Come quelle cose che ami segretamente e un giorno te le ritrovi fra le mani e sei incapace di trattenerle. Come quelle cose troppo pesanti, troppo grandi, o decisamente troppo fragili da stringere forte senza paura di farle cadere e infrangere al suolo. Come quelle cose che poi ti rimangono dentro gli occhi in mille schegge, fatte a pezzi, sezionate. Dilaniate. Come quelle cose che.

La prima cosa che ho fatto è stata provare il letto. Poi sono scesa a sorriderti.

Ero io, coi miei sogni da far camminare in quelle strade già viste ma poco vissute. Ero io, con la solitudine di chi abbandona tutto senza più timore di ricominciare.

Poi è iniziata la guerra. Ero io, la persona giusta, accanto alla persona giusta, nel posto giusto. Io, ero io, l’illusione di me stessa.

La guerra. Con l’inverno che non è mai troppo freddo per aver bisogno davvero di un abbraccio, con il cielo che non è mai troppo grigio per poter piangere prima di addormentarsi. La guerra. Di quelle guerre che hanno una vittima sola, un carnefice solo. Lo stesso. E la paura, dove la metti la paura? Le gambe che si bloccano alla fermata del 409, il cuore che non lo fermi e corre verso rifugi che non esistono più.

E allora ne cerchi altri, rifugi che sono ponti sopra il fiume di pensieri che scorre senza sosta con la forza trascinante di un torrente. E ti siedi, e aspetti. E premi play, e la musica ti salva, e lo scrosciare dell’acqua che riflette gli alberi spogli. Ti salvano.

Se le percorri lentamente, sentendo ogni passo, le strade ti capiscono. I sanpietrini ti parlano sotto le suole sottili, che senti anche i passi di tutti quegli altri piedi che corrono e non sai mai verso dove. Cosa ci sarà alla fine della corsa? Respirare? A me mancava respirare.

Era più o meno  in queste ore, il mio entusiasmo che scendeva da quel treno pronto ad affrontare l’ennesimo cambiamento.

C’era il fiume, c’eri tu. A me bastava. C’era il sogno di un’adolescenza intera. Il miraggio che non ho mai visto.

C’ero io, a me bastava.

Mi manca Roma oggi.

Mi manca come le cose che si sbagliano e che vorresti avere un’altra vita per strappare la brutta copia e consegnare il compito senza errori.

Mi manca come le cose da cui son scappata senza voltarmi indietro solo per proteggermi.

Mi manca Roma oggi.

Sarei uscita di casa presto, avrei salutato il fruttivendolo algerino sotto casa, avrei aspettato per minuti interminabili il tram e avrei guardato dal finestrino le macchine che non si fermano mai e i volti nervosi, i sorrisi distratti, le voci di tutto il mondo che non sanno ancora come si fa ad amarsi stando così strette.

Sarei arrivata lì, sul mio ponte preferito, e avrei raggiunto l’altro lato guardando il flusso lento del fiume di pensieri che scorre nel Tevere, fra le barche e i palloni con cui gioca solo l’acqua ormai. Sarei scesa e mi sarei seduta. Sì, avrei aspettato e premuto play.

Ché magari non la conoscete la bellezza che vive lungo il Tevere di notte, e fra le viuzze buie del ghetto, e conoscere tutti nelle periferie, e i viaggi che non finiscono mai durante i ritorni a casa, quando uno pensa di perder tempo e invece è la vita che rallenta e ti dice goditi il viaggio, assapora anche il rumore della ferraglia e dei discorsi inutili mentre sfiori le pagine di un libro a cui non stai nemmeno più attento.

Mi manca Roma oggi. Mi manca la Roma bella che adoro, la Roma ch’ero un po’anch’io.

Io, sì. Roma ero un po’ anch’io, l’illusione di me stessa.

And when you are much older remember

When we sat

At midnight on the windowsill

And had this little chat

And dream

And dream…

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