Ultimo giro.

Il tic tic tic del termometro che ti dice vai a letto, affonda sotto due piumoni, lascia in salotto le canzoni amare ingoiate come medicine e chiudi gli occhi. Col freddo dentro, nel midollo, nel sangue che trasporta tutta la nausea custodita oggi e non basta tirar su le coperte fin sopra gli occhi ché non è mai troppo buio per dimenticare ventiquattro ore di picchi altissimi e poi bassissimi e linee rette e poi di nuovo su e giù, le montagne russe dell’umore labile. E poi ti siedi e ti concentri e il tac tac imperterrito sulla tastiera che ti ricorda scadenze e date e fogli e consegne e traguardi che magari porteranno a superarla davvero la fascia dell’arrivo dopo averla strappata invece di restare sempre ferma lì, al passo immediatamente dopo col trofeo in mano e ora che faccio? Niente. Non dovevo fare niente, non dovevo scrivere niente pensare niente. Amare niente. Il giorno più lungo dell’anno sarà quello in cui mi metterò a contare tutti i passi verso fatti nonostante tutto, nonostante avrei dovuto non arrivare per prima, i passi verso mandati a puttane in un attimo e nello stesso attimo non puoi fare altro che pentirti di quanto hai camminato stancamente per tutta quella salita senza che nessuno ti porgesse la mano, lì, dalla vetta dell’orgoglio da cui si fatica a scendere. E sicuramente pentirsi è una strana forma di amarsi, amare se stessi a dispetto di tutti gli errori che non sempre sono colpa nostra se ci pensi. Come se ci fosse un correttore automatico in tutti gli eventi che io magari avrei voluto davvero sperare che le cose andassero bene e invece ho scritto “ho fatto una cazzata a rimettere insieme tutti i pezzi”, ché le crepe si vedono anche se il collante è ottimo. Dovremmo imparare la resilienza come la macchia mediterranea e invece siam qui come i coralli della barriera che non si sanno difendere, e non sanno rinascere e muoiono bellissimi implodendo di disattenzioni.

Cura, quattro lettere. Sembrano tremendamente difficili le cose così piccole.

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