Sono una socialcosa dell’Internet anch’io.

Amici dell’Internet, vi interesserà molto leggere le mie riflessioni sul mondo dell’Internet che daranno un contributo fondamentale a tutti i social media stragist dell’universo intero. Vi regalo questo stralcio di lavoro, che è preceduto dallo studio dell’economia del dono in Polinesia. Se non sapete di cosa si tratta, informatevi, capre!

Partendo dal concetto di mercato, globalizzazione e utilitarismo, possiamo ritrovare tracce dell’economia nel dono anche nelle nostre società occidentali intrise di capitalismo e logica del profitto e, tout court, tendenti all’individualismo più che alla condivisione? Vorrei provare, a partire dalle ricerche di Marco Aime e Anna Cossetta[1], a ritrovare punti in comune tra l’ideologia sottesa all’economia del dono e il mondo della condivisione via web, soffermandomi in particolar modo sui social network.

Il web è costituito da beni non rivali, di cui «una persona può fare uso, senza ridurne la disponibilità per un’altra»[2]; beni quali possono essere, ad esempio, le informazioni che, una volta prodotte, possono essere immesse in rete, fruite e scambiate fra gli utenti. Questi scambi creano relazioni fra chi accede ai beni prodotti in rete; relazioni che costituiscono, appunto, il bene economico, più precisamente detto bene di relazione. Si potrebbe quindi immaginare che Internet sia una specie di protesi virtuale del sistema relazionale e dei legami tradizionali, reali; di certo, possiamo affermare che il web riesce a creare relazioni, comunità, gruppi, attraverso la reciprocità degli scambi che avviene al suo interno. E queste relazioni si basano proprio sulla logica del dono del dare-ricevere-contraccambiare, che le fa nascere e protrarre nel tempo. Non si tratta qui solo di dare o ricevere qualcosa, ma parliamo dello stabilirsi di un legame più o meno duraturo tra i protagonisti dello scambio. Il dono diventa un promotore di relazioni, crea e plasma la società stessa.

La particolarità principale del dono è che il contraccambiare non è obbligatorio né richiesto esplicitamente, né, se si decide di ricambiare un dono ricevuto, ciò che si dona debba avere lo stesso valore di quello che si è ricevuto in dono. Per dirla con le parole di Godbout, il dono ha orrore dell’eguaglianza; ricerca l’ineguaglianza alterna.

Come per l’economia del dono, il dono in Internet non è né gratuito né tantomeno disinteressato in quanto, come già detto, serve a stabilire relazioni in quanto chi dona si aspetta, prima o poi, di essere ricambiato, in qualsiasi forma e con qualsiasi altra azione, che sia un file o un legame con un altro utente. Questo tipo di socialità, chiamata secondaria, per distinguerla dalla socialità primaria che è quella dello scambio diretto e tangibile che avviene nella vita reale, porta anche a riflessioni filosofiche sul tema dell’identità, delle vite parallele che un utente web può crearsi, che siano coerenti con quelle reali, o completamente fittizie.  La Rete permette la creazione di un io sempre più vicino alle proprie ambizioni, grazie alla protezione dell’anonimato che libera dalle inibizioni e dalle costruzioni sociali. Proprio sul gioco della vita quotidiana, che Goffman divide in front-stage (io sociale), me (quello che si vuole mostrare agli altri) e back-stage (il sé sincero), si basano i social network di cui andremo ad analizzare le logiche.

I social network sono senza dubbio il modo più tangibile per comprendere le potenzialità delle rete in termini relazionali, l’evoluzione dei modelli comunicativi e culturali, il modo in cui la realtà e la virtualità si intrecciano.

Dal punto di vista relazionale e comunicativo, il vantaggio dei social network è la creazione di rapporti informali e orizzontali, che presuppongono la parità tra gli interlocutori, anche se si tratta di persone che, nella vita reale, si trovano in posizioni di superiorità o subalternità rispetto a noi ( ad esempio capi, responsabili, impiegati, docenti…). Questo in nome di quella che Bauman chiama voglia di comunità che risponde al sentimento di insicurezza e liquidità che permea la nostra esistenza. I legami che si creano nei social network rispondono all’esigenza di creare un parallelo virtuale con quelli che si instaurano nella vita reale, sovrapporli, eliminare le differenze tra i rapporti “reali” e quelli costruiti nel web. Paradossalmente, essendo il social network avvertito come uno spazio più libero dove esprimersi, i rapporti sociali nati nel web sembrano potenzialmente più sinceri di quelli reali, inibiti da costrizioni sociali che molto spesso non permettono una libera espressione del sé. Oltre alle costrizioni sociali, importante è il fattore territorialità e spazi di condivisione, che sembrano sempre meno disponibili e che impediscono alle persone di incontrarsi in luoghi in cui sia possibile ritrovare persone con cui scambiare opinioni, idee o più semplicemente trascorrere il tempo libero. La vecchia piazza, il vecchio cortile o il bar del quartiere sembrano essersi trasferiti sui social network, creando una socialità atipica che però mantiene un individualismo “fisico” classico della nostra attuale società. Il problema non è quindi questa presunta chiusura alla socialità, ampiamente contraddetta dalle percentuali sempre crescenti di utenti iscritti ai maggiori social network presenti in rete, e dai molteplici studi portati avanti per indagare sui motivi per cui gli utenti utilizzano tale strumento. Bisogna chiedersi, invece, se la società attuale riesca a permettere alle piccole comunità, ai gruppi che nascono in rete, di ricreare se stessi in forma attiva e concreta anche al di fuori dello spazio virtuale. Ricreare, quindi, quella partecipazione sociale, quel concetto di cittadinanza tanto cari  all’economia del dono che abbiamo già visto per ciò che riguarda la società futuniana. Queste adhocrazie sono però deboli appunto perché non riescono a sfondare la barriera virtuale e riproporsi positivamente in comunità face-to-face.

Analizzato il livello  relazionale, vediamo che, invece, dal punto di vista comunicativo, i social network, o i blog, ad esempio, sono un modo per condividere opinioni e informazioni che spezza ed è spesso in netto contrasto con le modalità comunicative dell’informazione vigenti. La condivisione in Rete risponde a determinate “regole” interne che sono appunto saldamente ancorate ai valori della condivisione, del noi, dello scambio reciproco di opinioni e competenze. Per questo, ad esempio, molti blog o profili social di politici vengono visti in modo negativo dagli utenti del web proprio per il loro fine prettamente utilitaristico e propagandistico, che mira più ad essere una vetrina che uno spazio sociale di scambio. Ritornando al dono, quest’ultima modalità di vivere il web non risponde alle regole del dare-ricevere- contraccambiare e crea, invece, solo uno spazio chiuso in se stesso dove non si può entrare e dove è impossibile che nascano relazioni e legami.

Sono proprio i legami quelli che spingono la maggior parte degli utenti ad utilizzare luoghi come i social network, i blog o le community, infatti. Luoghi non fisici dove l’io riscopre se stesso come individuo sociale  e si offre agli altri, instaura relazioni basate sulla condivisione. Condivisione che, però, non sempre crea legami, venendo a mancare quella componente emotiva, istintiva, quelle sensazioni “a pelle” che più facilmente scattano in un incontro faccia a faccia. Alle relazioni virtuali sembra mancare o, meglio, innescarsi più lentamente, quel meccanismo di fiducia che trasforma un incontro, un confronto fra due o più persone, in un rapporto più profondo e durevole. A mio avviso, però, non si considera abbastanza un punto fondamentale che annulla quasi totalmente le differenze tra la realtà e la virtualità, e cioè che la vita sociale reale non è fatta solo di rapporti profondi e intimi con l’altro. Nella vita reale esistono modalità relazionali diverse e l’intensità dei rapporti varia considerevolmente: abbiamo relazioni deboli e poco durature come abbiamo legami più sinceri e durevoli nel tempo. Ogni individuo sceglie liberamente, per affinità, sensazioni, opportunismo quale sia il tipo di legame da instaurare con l’altro. Parallelamente, questo avviene anche attraverso gli scambi in rete, sempre per la logica del dare-ricevere-contraccambiare, che è alla base della produzione e della conservazione dei legami.

Le relazioni sul web, secondo Bauman, si muovono sotto la spinta di un grande bisogno di instaurare legami profondi e durevoli, che spesso le trasformazioni sociali ci impediscono di avere, ma parallelamente sono frenate da questa instabilità e frammentazione tipica della modernità liquida. Si cercano, dunque, sempre più contatti (bulimia sociale) ma senza la necessità che tutti questi rapporti si trasformino in legami veri e propri, maturi e consolidati nel tempo. L’anello mancante, ripetiamo, sembra però essere solo la sensorialità, poiché, come dice Zoja, «il prossimo mediato dalla tecnica smette presto di consegnarci sfumature umane, e quindi di interessarci.»[3]

Probabilmente è proprio l’assenza di questo “sentire” che fa perdere agli internauti quel senso di responsabilità e di coinvolgimento che si hanno nella società, a contatto con le persone del nostro quotidiano vivere. La facilità con cui un click può interrompere il dono, lo scambio, è uno dei motivi per cui non riusciamo ad avvertire il senso di perdita per quello che gettiamo nella rete, per i nostri file, per le nostre opinioni o conoscenze. La mancanza dell’emotività cancella la tensione che si crea nello scambio, nell’attesa di vedere contraccambiato ciò che si è donato. Ma comunque si dona, i social network vengono sempre più utilizzati, da sempre più utenti e per un tempo sempre maggiore, e questo è un chiaro segnale della ricerca di approvazione e fiducia, del bisogno di condivisione e di creazione di qualsivoglia legame fuori dai confini della socialità tradizionale.


[1] Marco Aime, Anna Cossetta, Il dono al tempo di Internet, Einaudi Editore, Torino, 2001.

[2] Y.Benkler, La ricchezza della rete, Università Bocconi Editore, Milano, 2007.

[3] L.Zoja, La morte del prossimo, Einaudi, Torino,2009.

Vabbé, sticazzi, direte. Infatti. Penso anch’io.

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7 Pensieri su &Idquo;Sono una socialcosa dell’Internet anch’io.

  1. Molto interessante. Di fatto, i social permettono relazioni “selezionate” in cui siamo contestualmente meno mediati che nella vita oltre lo schermo, ma anche (in misura diversa da persona a persona) delimitati da una maschera che scegliamo di portare. Credo anch’io che, alla lunga, se manca la conoscenza dei”corpi”, siano relazioni che svaporano.

    • Sì, senza dubbio è così. Anche se penso che sia la costanza dello scambio a fare la differenza a livello emozionale, sopratutto. E questo chiaramente vale anche nella vita reale, nonostante essa sia avvantaggiata dalla fisicità che permette comunque di portare la relazione ad un altro livello di coinvolgimento. Penso che si tratti anche di attitudine personale, considerando che anche da alcuni studi, si evidenzia come le nuove generazioni quasi non avvertano la differenza tra i due tipi di socialità, viziati anche dal fatto che, potenzialmente, abbiano più conoscenze “virtuali”.

  2. Bello!

    Ogni volta che leggo Bauman non riesco a ignorare la sua evidente nostalgia per un altro tempo (è in ottima compagnia: anche Baudrillard prese una cantonata feroce su internet). La tensione suprematista fra “reale” e “virtuale” è tutta nella testa di chi ne scrive – ridiamo e ci incazziamo allo stesso modo a prescindere dal dove ne abitino i motivi, e proprio il fatto che per i “ggiovani” il confine sia più un’idea che altro ne è,imho, una conferma.

    Hai mai letto niente di Bruce Sterling o di Chris Anderson?

    Appunti barbosi sulla nota 2: Amazon ha ottenuto un brevetto sul “mantenimento della scarsità di beni digitali”, come fanno anche Apple etc, quindi temo sia una beata illusione da economisti cialtroni, o peggio ancora da sociologi d’accatto 😐
    L’esclusione non dipende dalla disponibilità a magazzino infinita ma dal prezzo: se fossero beni non rivali non ci sarebbe l’incentivo privato a produrli – l’interweb sarebbe ancora quello made in DARPA.

    my2cents

    • No, quegli autori non li ho mai letti ma adesso mi informo. In realtà mi sono avvicinata al tema “seriamente” solo in quest’occasione, poiché dovevamo cercare di trovare esempi di economia del dono per un esame di antropologia. Devo dire che l’argomento è molto interessante, dal punto di vista sociologico, e il fatto che ne possa verificare la veridicità osservando quotidianamente le dinamiche sui social, è un incentivo in più ad approfondire la tematica. Per quanto riguarda la nota 2, penso intendessero strettamente le informazioni che vengono condivise in rete dagli utenti, come film, ebook e articoli, competenze ecc, cose che in realtà, non compri ma ti vengono offerte gratuitamente dai singoli utenti. Poi correggimi se sbaglio, visto che sicuramente ne sai più di me 🙂

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