E il treno poi m’è venuto addosso sul serio

 

Un lustro a evitare di prendere quel trenino e poi un giorno lo prendi senza pensarci e gli altri giorni anche e però oggi poi ci son salita e ci ho pensato. Magari avrei potuto anche perdere la vita quel giorno, incastrata nel tram col muso del trenino in faccia e i pezzi di vetro ovunque. Come la scena di quando i Lumière hanno inventato la profondità al cinema e il treno arriva a La Ciotat ma più come in Superfantozzi, che il treno poi mi è venuto addosso sul serio. Pochi secondi. Stavo ascoltando i Radiohead totalmente alienata dopo l’esame di Igiene e Medicina Preventiva. Ho preso 27. Il prof più cattivo di tutti. Era gennaio ed ero felice. Pochi secondi, guardavo fuori dal finestrino e poi SBAM, il tram a metà, il trenino in faccia, le mie costole contro i maniglioni e due signore sulle mie ginocchia. Il panico completo e le urla e i Radiohead e il fischio continuo del tram e le porte bloccate. Prendo il telefono e sento solo voci che mi rispondono sto lavorando sono troppo distante non posso a dopo e io non riesco a respirare e ho i lividi dappertutto sulle gambe sullo stomaco sul cuore. ho i lividi nel cuore e  tu mi hai detto sto lavorando. Un paese di disoccupati e quando hai bisogno sono tutti a lavoro, nessuno che ti dica aspettami prendo un permesso vaffanculo il lavoro che mica sto inventando la cura per l’AIDS. Sono a lavoro mi hai detto e io avevo male ovunque e le costole a pezzi e i lividi nel cuore. Sono uscita dal tram e non sapevo dove andare e mi son messa a camminare nella confusione tra i pompieri e le ambulanze, sono a lavoro non posso mi hai detto, e i lividi fanno piangere e poi ti prende un poliziotto dopo chilometri e ti porta al pronto soccorso, stai bene m’ha chiesto, no che non sto bene non li vedi questi lividi dentro la carne? Non gliel’ho detto ché non potevo parlare, non potevo respirare. Fa male respirare talvolta, quel giorno faceva malissimo. Quel giorno faceva piangere, non posso hai detto, non potevo respirare. Avrei potuto perdere la vita quel giorno e tu sto lavorando mi hai detto.

E oggi sul trenino c’ero solo io e poi un cestino di ciliegie che un ragazzo ha dato a una biondina sorridente forse la sua ragazza forse sua sorella che importa. E sembrava uno di quei gesti bellissimi che hanno lo stesso odore dell’amore e ho pensato a mia madre che guarda la pubblicità e mi chiede così fate l’amore adesso? contando i giorni di fertilità? e io ho solo sorriso e non ho risposto. Ché avrei detto no, adesso non facciamo l’amore così, adesso facciamo sesso, adesso scopiamo e non ci importa della fertilità, non ci importa di niente. Ci mettiamo i preservativi che non ci fanno sentire quasi nulla, con la carne che è solo carne e siamo sterili fin dentro il cuore che è pieno di lividi. No, non facciamo l’amore così. E siamo sterili e aridi, e sembra il deserto e mi mancano l’acqua e l’aria e voglio respirare. Respirare e fare l’amore perché nemmeno me lo ricordo più come si fa quando t’importa, quando ti ricordi a memoria tutte le vene delle braccia e tutte quelle sfumature negli occhi che cambiano con il cielo. Me lo ricordo com’era, era meraviglioso come il deserto che ti fa pure paura di notte, e mi manca. Mi manca, a me, il deserto.

Antracite

 

E non so più se è la terra o il cielo o se la terra è il cielo o a un tratto è tutto uguale. Tutto è uguale. Nessun confine, nessun orizzonte storto per incapacità o vezzo creativo. Grigio antracite. Un parco d’inverno pieno di nebbia con gli alberi nudi e deperiti. Tu che ci cammini dentro, tu che sei il parco e sei anche me che ci cammino dentro. Niente. Tu che sei niente. Io, niente. La deprivazione del colore, del calore, del ridere e del piangere. Niente. Domani saremo felici e l’oggi non finisce mai. Immaginare altro, sperare altro. Cieli pieni di stelle e nessun desiderio. Solo questo immenso e insostenibile essere nulla. Allontanarsi costantemente dal sogno e non sognare infine più. Lasciarsi trasportare da mani invisibili che corrono al contrario, lasciarsi correre. L’implosione e l’alienazione, il parco grigio. Grigio antracite.

I vorrei se potessi, i farei se ci fosse, la grammatica che ci fotte e vorrei solo verbi all’indicativo presente. Vorrei, se potessi. Vorrei i voglio e i posso. Vorrei, io voglio.

Finestre da cui respirare e guardare il cielo che piove, piedi scalzi sul pavimento fresco, uno specchio grande che ti sorride compiaciuto, togliermi il vestito e lanciarlo sul divano, mettere un disco di Miles Davis aspettando che torni.

Aspetto che torni. Che io torni. Anche se non me ne sono mai andata. Anche se non sono mai arrivata. Anche se. Anche se ho le vene nude e deperite, ché sono io il parco grigio e le gambe che ci corrono dentro. Anche se è tutto grigio. Troppo grigio.

Quasi antracite.

 

3 secondi forse

Poi ho avuto un’illuminazione. Non solitudine, nemmeno desiderio d’affetto. Un bacio sulla fronte. Banale. Inatteso. Protezione. Era bisogno di essere protetti come gli oggetti preziosi, come le scatole imballate con su scritto fragile, i cuccioli di gatto abbandonati. La pubblicità della Barilla. Così. Un pianoforte triste. La pioggia. La pioggia incessante e fuori c’è il sole. 30 gradi. Un bacio. Un bacio sulla fronte. E i muri. I muri altissimi e le porte blindate e le rocce. Le rocce impenetrabili. Tutto a un tratto è crollato. Tutto è crollato. 10 secondi. 10 secondi e zero spalle. Le spalle su cui si fanno umidi i va tutto bene. Va tutto bene. Andrà tutto bene. Forse. Un bacio sulla fronte. Un bacio sui miei forse. 3 secondi. Un pugno nello stomaco. Fortissimo. Un pugno violento. Avrei preferito un pugno violento. In pieno volto. Il sangue sulle mani. Lo stordimento senza lacrime. Avrei preferito sporcarmi le mani e tornare a casa correndo.

Sono rimasta.

Incastrata tra le birre e il fumo. Nelle labbra. Nel sapore del sangue sulle labbra. Sono rimasta e io non resto mai. Invece resto sempre. Poi ho avuto un’illuminazione. Resto sempre senza esserci davvero.

E sbaglio sempre il finestrino da cui guardare la vita lenta che mi scorre negli occhi.

 

cinque minuti

 

Non è vero, ho pensato, io parlo tantissimo. Parlo tantissimo se non c’è da parlare di me. Cosa senti cosa provi che ne so. Come stai? chiedi e io rispondo con qualcosa del tipo finalmente ho finito il trasloco, sto mangiando, sono appena tornata a casa, devo andare a lavorare, sto uscendo a bere. Non c’è bene, male, voglio piangere, sono contenta, disperata, mi viene da ridere, mi manchi cose così. Non c’è.

Azioni.

Però interpreta se vuoi, puoi spogliare le parole e cambiarci significato, e puoi dirmi dai vengo da te tra cinque minuti. Ma come quelle cose che davvero prendi la macchina, la moto, le gambe e percorri tutte queste strade del cazzo di Roma e sarà almeno un’ora ma sembrano cinque minuti. Cinque minuti sinceri. Il tempo di metter su la macchinetta del caffè e ricordarmi che non lo bevo. Lo metto da parte per te, ti piace freddo? Altrimenti lo rifaccio quando arrivi, tanto ci vogliono cinque minuti. Se vuoi.

Ma verrai poi? tra cinque minuti quattro ore tre giorni due settimane un mese. Verrai? io aspetto, per un po’ aspetto. Se vuoi. Se voglio. Cosa voglio? che ne so. Come quando hai detto vieni a teatro con me? e io ho detto certo sì e poi invece oggi non posso, domani neppure, rimandiamo ti spiace?

Sì ti spiace lo so, ma che gioco è questo continuo cercarsi senza trovarsi mai? e questo trovarsi poi senza prendersi che gioco è? Tantissimi passi in avanti e tantissimi passi indietro e forse davvero non ci importa. Non ci importa di prenderci forse solo di cercarci.

A me non importa, io voglio giocare e voglio vincere. Io voglio il fottuto premio. Oppure niente. Allora non darmi niente. Che infatti niente è tutto quello che abbiamo, a parte le parole, e le parole sono niente.

 

 

 

 

Life happens

 

 

 

Non ho deciso. Mi è successo. La vita accade e basta. Ti sembra di scegliere e lei ti ha già costretto prima. Costretto, come i polmoni quando fai fatica a respirare. Costretto come quando finisce tutto e vorresti continuare a giocare. Nessun gettone nessun livello da superare. Game over e torni a casa. Game over e inizi un altro gioco senza sapere come sarebbe andata, se avresti vinto o saresti morto in qualche combattimento all’ultimo sangue. Il silenzio all’improvviso e tu che non capisci ma nemmeno chiedi più il perché. Chiarirsi è sfiancante. Le cose accadono e basta e non si sa come si inizi tantomeno come si interrompa tutto. Tutto è prassi e io non mi abituo mai. Non alle cose non alle persone non a te che dici “Fidati – abituati a qualcuno che si preoccupi per te”. No ho detto. Rispondo spesso no. Io non mi abituo mai, non mi abituo nemmeno alle mie difficoltà, alle mie incapacità, ai miei non lasciarmi andare, alle mie porte blindate, alle mie vie di fuga lontane chilometri. Tutti gli occhi sono sinceri e tutti gli occhi ingannano. Ho risposto no. Avevo ragione io. Vorrei avere ragione più spesso. Come quando sento che è sbagliato o temporaneo o effimero o lesivo e ci annego uguale perché questo vivere in apnea in fondo mi è indispensabile.

Non posso programmare niente perché a un tratto salta tutto e mi ritrovo a raccogliere le belle speranze mai avute, i progetti mai fatti, i pochi secondi in cui mi son fermata a immaginare i vestiti negli armadi, le spezie sulla mensola in cucina, i cuscini sul divano, tu nel mio letto disfatto, la lampada rossa, il gatto sulla finestra.

Vorrei andare al cinema o aspettare che mi porti a qualche mostra d’arte contemporanea per far finta di non capirci niente.

Vorrei vomitare.

O ascoltare gli At The Gates e pensare a tutto il desiderio e poi invece al coraggio che non avevi per baciarmi in mezzo a tutta quella gente.

Fingere che mi manchi. Fingere che mi manchi qualcosa. Qualcuno.

Fingere e pensare a cose che non succedono.

 

 

E poi a tutta la felicità che non ci daremo mai.

 

Lui.

 

Io non so fermarmi. Se mi fermo sono finita, mi blocco, non respiro più, le gambe mi diventano di marmo. Marmo nero, quello con le venature colorate e meravigliose. Gelido.

Le pause si trasformano in Medusa, ché se mi volto mi pietrificano. Io so solo scappare. Andarmene via lontanissimo.

Sto bene scappo, sto male scappo,  è troppo bello, non lo è, potrebbe esserlo. Scappo. Me ne vado, ciao.

Che importa.

Lui.

Mi guarda con quegli occhi scuri e io sorrido e poi mi giro e mi nascondo tra i capelli. Che avrei preferito nascondermi tra i suoi ma poi forse è meglio continuare a ridere e uscire a fumare. Una due tre quattro cinque. Accarezzargli la barba temendo un no. Era morbida.

Che importa.

Lui.

Vivo le cose come piccole splendide e brevi ossessioni, non parlerei d’altro, non penserei altro, non amerei altro (se solo riuscissi), non scoperei altro. “Poi ci pisceresti sopra”, mi han detto. Ci piscerei su come quando sei troppo ubriaco e triste e non ti interessa. Non mi interessa.

Io non sento niente.

Io sento solo il bisogno di fare le valigie e chiudere la porta di casa e poi andarmene via. Tornare poi, da altri occhi, da altri capelli, da altre mani grandi, da quelle vene sulle braccia. Da me, prima o poi. Vomitare, sai? Fino a quando diventi vuoto dentro. Il vuoto cosmico che non ti fa più dire niente. Desiderare niente. Come quando ormai sei sazio. Sazio di niente.

Apro parentesi. Io non so finire un discorso senza introdurne altri dieci ma so chiudere mille parentesi che non ho mai aperto.

Che importa.

Lui.

Gli occhi fissi sui miei, sulle mie dita nervose che arricciano capelli di bile nera. Sa tutto, sa che accenderò almeno altre 3 sigarette fingendo indifferenza e poi mi alzerò e camminerò per la stanza parlando senza sosta pur di non fermarmi e diventare di pietra.

Arrossire, forse. Non parla, raccontami di te dice. Cosa hai fatto in tutto questo tempo dove sei stata ti sei fermata?

Io non posso fermarmi. Ho paura, ha detto. Se mi fermo è finita.

Ma che importa. Cosa ti importa?

Le mani tra i capelli, gli occhi fissi sul mascara che cola. Allergia, giuro. I pollini, sai la primavera, il fieno.

La fiele.

Che importa.

Le sigarette ingoiate in fretta, il fumo tra le ciglia, gli occhi fissi sugli occhi che non ti guardano.

Lui.

Che importa.

Io so solo scappare. Andarmene via lontanissimo.

A te non importa. A me non importa.

Scappiamo.

Io mi sorvolo.

Che importa.

 

 

 

L’amore, questo folle sentimento che?

 

Insomma, pare che io non sappia stare zitta e che ogni tanto a qualcuno i miei sproloqui piacciano pure. Ho scritto un monologo sull’Amore per San Valentino. Sull’amore secondo me, che forse non sarete d’accordo ma tanto finirò ad innamorarmi di chi lo apprezza. E quindi.

Ringrazio Slavina  per avermi chiesto di scrivere, ché io volevo smettere e infatti sarebbe stato un bene. 

Ma tant’è. 

 


 

 

Caro Wilde, magari fosse vero che i poeti hanno ucciso l’amore. A me sembra che la carneficina sia ancora in atto e che sia morto solo tu.

Io vi vedo, vi sento, vi leggo e mi sembra chiaro che la storia della metà della mela v’abbia fatto proprio male. Ma non scherziamo, suvvia.

Io se trovo l’anima gemella mi sparo in bocca. Ma gemella cosa? Mi volete uccidere, forse?

Il Simposio l’ha scritto Platone che, guarda caso, della sua anima gemella che gli completava la vita non ci ha mai parlato. Perché non ce l’aveva, facile.  Ma pensate pure che fosse un uomo discreto e amante della privacy.

Continuate pure a cercare ‘sto pezzo di mela. E continuate a pensarvi incompleti senza una persona accanto, che magari vi fa sentire costantemente inadeguati e mai abbastanza, però voi lo chiamate Amore, con la A maiuscola che subito diventa una poesia da cioccolatino.

A me la vostra idea di amore mi fa schifo.  Mi sembrate tutti rincoglioniti, perdete la razionalità, iniziate a diventare ossessionati: e ora ti rubo la password di facebook per vedere a chi scrivi, e perché hai effettuato l’ultimo accesso su WhatsApp alle 4 del mattino se mi hai dato la buonanotte alle 2:37, e non guardare il culo delle altre, e non flirtare con gli altri uomini.

Il vostro Amore lo immagino come una prigione piena di gattini e peluche a forma di cuore con su scritto I Love You.

Così. Questo amore così  violento, così fragile, così tenero, così disperato, così rompicoglioni.

Questo amore che finché ci siamo utili a vicenda va tutto bene, non lo ha scritto nessuno in una poesia?

E i cantanti, anche i cantanti credono in forme fantascientifiche dell’amore. Non abbiamo scampo.

Per me certi amori che non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano, si dovrebbero prendere anche un calcio in culo, in modo da fare un altro giro immenso e perdersi nelle correnti gravitazionali, lo spazio e la luce, invecchiare e morire. Finalmente.

Siete riusciti anche a farci sentire in colpa perché facciamo sesso senza amore, ché se non sei perdutamente innamorato di qualcuno non ci scopi bene. Ma cosa siete, Biancaneve e il principe azzurro?

Tutta la vostra vita incentrata sull’amore che viene prima di ogni cosa, e poi tutti disperati perché non potete esibire il vostro partner come trofeo nelle uscite di coppia di San Valentino.

Ma forse è colpa mia che non sono adatta per l’amore: l’ho scoperto quel giorno in cui un mio amico metallaro accompagnò la sua ragazza al concerto di Gigi D’Alessio. Lì ho avuto un’illuminazione, non potrei amare fino a tanto. Sarà colpa mia.

Colpa mia che non voglio accanto uno che mi completi ma che aggiunga qualcosa alla mia completezza, colpa mia che non ho paura di restare da sola e non accetterei mai di passare la vita con qualcuno che mi chiama “troia” e non per un gioco erotico.

Colpa mia che faccio sesso con grandi soddisfazioni senza metterci i cuori in mezzo, colpa mia che vorrei iniziaste tutti a scrivere “Cazzo” e “Figa”, in maiuscolo. Mica Amore.

 

A qualcuno piace casto

 Mi sembra giusto condividere i drammi personali.

Una frase che odio tantissimo e per cui ammazzerei di botte tutti quelli che  la pronunciano è la seguente: “Tanto tu sei donna, puoi scopare quando vuoi, basta che schiocchi le dita”.

Adesso, io è una vita che sento questa leggenda dell’uomo-coniglio che, fosse per lui, i vestiti non servirebbero perché tanto lui starebbe sempre nudo a letto o su un prato, in ascensore, negli spogliatoi della palestra, in macchina, sopra la scrivania, sul terrazzo dei vicini, alle poste, in sala raggi, sulla ruota panoramica, ovunque insomma, sempre a scopare.

SEMPRE.

Dov’è il problema? Da nessuna parte, ovvio. A chi non piace far sesso? Spero nessuno alzi la mano perché non vorrei essere io a dirvi che forse forse vi serve un aiuto, e non parlo di Sex Therapy, qua serve una terapia d’urto di quelle aggressive. Non ringraziatemi, tranquilli.

Agli uomini piace fare sesso, dicono. E la cosa potrebbe riempirmi di gioia, se non fosse per il piccolo (enorme) particolare non trascurabile qui egregiamente rappresentato da LA MIA SFIGA.

Io penso che ognuno di noi nasca per un motivo, abbia un obiettivo da perseguire, sia predisposto per un determinato compito. Ecco, il mio compito è quello di attrarre casi umani, prima di tutto, ma questo mi sembra piuttosto comune, da quello che ho capito sentendo in giro. Allora passiamo all’asso nella manica, la Missione, diciamo : attrarre uomini a cui il sesso pare faccia schifo assai.

Converrete con me che questa immane tragedia, oltre a evidenti scompensi ormonali, potrebbe procurarmi anche profonde depressioni e cali dell’autostima, considerato il fatto che non sarò esattamente *nomedibonazzachevifaresteora, però insomma, secondo me ce la posso fare a non finire nel cestino dell’umido. O no? (seguono commenti positivi sulla sottoscritta, grazie)

Ok, arriviamo al dunque.

Appurando che quelli che incontri al bar, e che dopo 2 secondi ti han già rapita e sbattuta nel bagno delle donne senza pietà, io non li incontro MAI, vediamo cosa si trova in compenso.

  • Uomo a cui ti lega grande affinità mentale, molto attratto anche fisicamente da te e viceversa, con cui si stabilisce relazione senza troppi impegni e che si fa venire l’ansia da prestazione (che come sapete crea mancate erezioni) perché la tua emancipazione lo inibisce. Si evita dunque il sesso, a un certo punto per disperazione, ma in compenso grandi chiacchierate sui massimi sistemi. Certo, molto divertente.
  • Uomo abbastanza chiavabile, simpatico, bel culo, a cui ti lega fondamentalmente la voglia zero di avere relazioni. Concetto che l’uomo in questione ti ripete fin troppo spesso facendoti immaginare chiuse incredibili con sporadiche pause cibo e pipì. Conclusione: appena l’uomo suddetto raggiunge la superficie del tuo letto, è colto da improvviso e fastidioso desiderio di farti i GRATTINI* evitando come la peste l’atto sessuale. E quindi niente ciao scusa è tardi e io ho solo un cuscino.
  • Uomo a cui non ti lega assolutamente nulla fuorché una crisi ormonale, per cui ti convinci che potresti anche andare a letto con qualcuno che non rientra precisamente nei tuoi canoni estetici, tipo perché ha le mani piccole e quindi cristo proprio non posso, però ok, per stasera può andare. E invece no, perché tutti i complimenti che il suddetto ti faceva davanti alle birre che hai ingerito per trasformarlo in Orlando Bloom, non erano la solita strategia del playboy che ci proverebbe anche con i cuscini con la foto di Marilyn. No, lui si è convinto che potrebbe amarti e quindi non può salire a casa tua la prima sera perché rovinerebbe tutto. MA CHI CAZZO TE L’HA DETTO? Qui ovviamente scatta la strategia del: non posso impegnarmi, prima ero un uomo, domani parto militare in Cambogia, penso di essere attratta dalle donne, sono un eunuco, scusa addio.
  • Uomo intelligente, interessante sopra la media, a cui ti lega prettamente la curiosità di relazionarti a mondi diametralmente opposti al tuo. Al primo incontro casuale conoscitivo, seguono grandi conversazioni audaci a sfondo sessuale che fanno ben sperare. Incontro successivo, pieno di autoreggenti e slip ricamati di illusione, si conclude con un mezzo ditalino poco soddisfacente e la mia fuga notturna verso casa. Tranquillo, vado da sola, magari trovo qualcuno per strada che continui il lavoro che hai sprecato.

No, ma dico, è colpa mia? Ho la faccia di una che cerca l’amore vero? O di una che al primo appuntamento non ve la darebbe? Boh.

*non ho niente contro i grattini, ma c’è una regola ben precisa: o prima o dopo il coito. Oppure sei mia madre.

Odio le metafore.

 

Ho questo problema qui:

a volte (spesso, vorrei dire sempre ma rischierei di sembrare drastica) guardo le vetrine e capita che io mi innamori di un vestito o di una gonna o di un paio di scarpe o di chissà quale altra cosa di cui ho un necessario bisogno.

Capita, ancora più spesso (quindi ancora più sempre, se il più sempre esiste) che io dica “ok, lo compro un’altra volta”.

Mia madre mi dice sempre che quando vedo qualcosa che mi piace -lì in vetrina fermo e solo, che sembra sull’etichetta ci sia stampato il mio nome in rosso, col font gigante per non sbagliare- io devo entrare subito in negozio, senza esitare, dire ai commessi “lo voglio”, provarlo, sapere che è mio, comprarlo e tornare a casa. Felice. E poi però lei aggiunge “certo, se hai la possibilità”.

Ecco, questo “se hai la possibilità” probabilmente l’ho sempre preso un po’ troppo alla lettera. Ho sempre fatto una scala di priorità in cui quel vestito da necessario diventava superfluo e quasi irrilevante.

Però era bellissimo, me lo ricordo. Con la gonna a tubino longuette che credo mi stia malissimo per via dei miei polpacci grossi. Ma, nonostante tutto, io lo desideravo, cosa posso farci? L’avevo visto in vetrina e mi faceva sorridere immaginarmelo addosso.

Io dico sempre “lo compro domani”, poi succede sempre che domani lo ha già comprato qualcun altro, che magari ha delle gambe bellissime e questa cosa mi farà sentire ancora più inadeguata.

Il fatto è che se vuoi qualcosa e la vuoi davvero devi andare a prendertela subito, perché i vestiti non ti aspettano lì fermi e soli nei manichini freddissimi e bianchissimi.

Non desidero qualcosa fortissimo da un po’, tuttavia anche il contrario non succede da tempo. Non mi ricordo.

Gli anni spesi a non aver bisogno mi hanno rubato persino la necessità di desiderare. Ché io desiderare lo adoravo perché il desiderio è piacere puro, non è come il bisogno che ti fotte, il bastardo.

Finisce che resto sempre bloccata a metà tra questa urgenza dell’oggi e questo inevitabile lo compro domani, lo faccio domani, ti amo domani.

Finisce sempre che resto con decine di vestitini longuette mai provati, mai comprati, mai indossati per primi appuntamenti imbarazzanti conclusi nei parcheggi in periferia.

Finisce sempre che non inizia mai nulla.

E poi il nulla lo finisco domani.

 

 

 

 

 

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Da quanto tempo non scrivete una lettera?

Una lettera vera, con la carta e la penna e le dita che scivolano tra le righe. E le parole che ormai le hai scritte e non c’è alcun click per cancellare tutto e correggere. Allora forse getti via il foglio, ma prima lo schiacci con tutta la forza che hai finché non diventa una piccola luna con cento crateri; oppure lo strappi con tutta la rabbia che hai finché i coriandoli non diventano sempre più piccoli, sempre più numerosi e le parole non esistono più.

Alla fine mi sporcavo sempre di inchiostro e sentimenti che non riuscivo a trasformare in suono.

Mi piacciono i suoni ma preferisco le mani.

Adoro le mani. Sanno farsi mancare.

Ottobre 2009. Prima decade. Quadretti. Quattro pagine. Penna blu. Mai inviata.

Mi piacciono i fogli a quadretti, sulle righe non scrivo bene: gli spazi sono enormi e mi perdo.

Ho una scatola piena di lettere che fanno ancora sorridere e forse ancora piangere.

Non la apro mai.